Grand Theft Auto V alle elementari.

Riporto qui, con le dovute integrazioni e correzioni, una riflessione nata sulla mia pagina Facebook.
La riflessione nasce dal fatto che qualche giorno fa, mio figlio Gabriel (nove anni compiuti di recente) mi ha raccontato di un compagno di classe che gioca a Grand Theft Auto V, e non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che mi dice che dei suoi compagni giocano a quel gioco, e non è la prima volta che mi capita di vedere genitori che lo acquistano per i loro figli che frequentano ancora le scuole elementari.
Ovviamente, io non ce l’ho con GTA. Il gioco è un bestseller, praticamente un must have per gli appassionati del genere ed è un ottimo prodotto sono moltissimi punti di vista. Un ottimo prodotto per adulti.


Ma GTA V è anche uno dei pochissimi giochi che probabilmente si merita il PEGI 18 che gli è stato assegnato. Il PEGI di solito è esagerato, ma GTA tocca temi pesanti e li sbatte in faccia al giocatore senza troppi complimenti.
Il problema è che si tratta di un gioco che non solo è violento (ma questo sarebbe il meno, di giochi “violenti” ce ne sono tanti e la maggior parte delle volte si tratta di una violenza decisamente e smaccatamente “fictional”), ma di un prodotto con una trama complessa e realistica, in cui si vivono avventure basate su tradimenti, rapine a mano armata, spaccio di metanfetamine e prostituzione, e in cui al giocatore è richiesto di compiere reati, di uccidere a sangue freddo. E, fra le altre cose, di torturare. Attivamente e interattivamente. Così:


Insomma, si tratta di un gioco con un ambientazione estremamente verosimile, la cui trama non è adatta a un pubblico di otto-novenni per un miliardo di motivi: dalla violenza gratuita, all’assenza di morale di molti personaggi e all’implicito messaggio che il crimine paghi o possa restare impunito, passando per una visione della donna che un adulto può vedere come satirica ma che, almeno a livello superficiale, è di una misoginia palpabile e fastidiosa. Che va benissimo per giocatori più grandi (non dico maggiorenni, ma comunque adolescenti) ma è davvero troppo per dei ragazzi che credono ancora alla fatina dei denti. Specifico “verosimile” perché è uno degli aspetti fondamentali della questione.

Chi mi conosce sa che io non sono certo per dare ai bambini una visione del mondo zuccherosa e “finta”, mi piace tutto quello che introduce in modo sensato temi complessi e più “adulti”, e per fortuna ci sono film, cartoni animati e giochi che lo fanno in modo egregio.
Ma far giocare un bambino a GTA V è come lasciarlo da solo davanti a Le Iene di Tarantino. Ok, a otto-nove anni un bambino sa distinguere abbastanza bene qual è la differenza fra realtà e fantasia, purché il contesto lo aiuti a capire; in ogni caso è ancora estremamente influenzabile e impressionabile: che la violenza esplicita – soprattutto quella, per l’appunto, verosimile o realistica – abbia effetti sulle paure e sull’aggressività dei bambini (soprattutto nella fascia che va dai 6 ai 10 anni) è cosa nota, ci sono un sacco di studi a riguardo. A quell’età non solo cresce la soglia di attenzione e concentrazione, i bambini imparano a gestire informazioni complesse, a uscire dal binomio bello-buono\brutto-cattivo e a gestire l’immedesimazione. Ogni bambino è diverso, ovviamente, ma è chiaro che è poco saggio esporre il proprio figlio a qualcosa di non adatto agli strumenti che ha per comprenderlo, soprattutto se è solito giocare senza la supervisione attenta di un adulto.

 

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