Volemose bene, ma anche no.

Recentemente, in uno dei più grandi gruppi dedicati al gioco da tavolo su Facebook, è uscita una polemica piuttosto rovente riguardante un articolo apparso su giochi-da-tavolo.it, in cui appare una classifica dei “MIGLIORI giochi da tavolo e di società in commercio, al MIGLIOR prezzo online disponibile e con le MIGLIORI recensioni dagli utenti di tutto il mondo”. Qual è il problema? Beh, i problemi sono principalmente due: il primo è che la lista non ha senso, perché non si capisce qual è il criterio di scelta (vedere a fianco Blood Rage e Cluedo è parecchio strano, uno è un gioco da gamer di quest’anno, uno è un gioco per famiglie da mass market immesso in commercio nel 1948).

Il secondo è probabilmente ancora più grave, perché il claim dell’articolo rischia di suonare non solo pretenzioso, ma anche poco corretto. Nel senso che se è pressoché impossibile definire univocamente qual è il gioco da tavolo migliore in assoluto, si può ragionare su quali siano i migliori prezzi online e quali giochi abbiano le migliori recensioni sul web. E i giochi nella lista non hanno necessariamente i prezzi “migliori”, soprattutto se riferiti al target. Anzi, spesso i giochi nell’articolo hanno il prezzo con sconti ingannevoli: il prezzo al pubblico di Cluedo non è 44,90, è 29,90, quindi nell’articolo viene segnalato uno sconto del 33% assolutamente inesistente. Allo stesso modo, i giochi proposti non hanno “le migliori recensioni”. Spesso non solo non hanno le migliori recensioni sui siti specializzati, non hanno neanche le migliori recensioni dei compratori, quindi non si capisce proprio quale sia il criterio di valutazione.

“Ma per chi ha scritto l’articolo magari sono i migliori, e tu hai detto neanche una settimana fa che i gusti non si discutono!“, diranno in coro i miei tre lettori. Certo, ma parlavo delle discussioni fra appassionati, non di quando si parla o scrive con pretese divulgative, magari facendo finta – come in questo caso – che quanto detto abbia carattere oggettivo (“i migliori” è diverso da “i migliori per me”). Anche perché se uno vuole scrivere per informare cambia il registro – a seconda del mezzo e del destinatario – e cambiano il contesto e le competenze che vanno messe in campo. È l’ABC della comunicazione. Il mio articolo precedente non era, come ha suggerito qualcuno nei commenti su Facebook, un’apologia del volemose bene: chi mi conosce un minimo sa che si tratta di un concetto molto distante da come la penso, e ci terrei a spiegarvi perché, magari senza che la discussione diventi una scena de Le Iene di Tarantino. Meglio, semmai, una partita a Cash & Guns.

Quello che mi auguravo nel precedente articolo non era certo che le discussioni diventassero un tornado di cazzate mancanza di oggettività. Semplicemente, avevo notato una pericolosa tendenza ad attribuire carattere oggettivo alle opinioni. La mia speranza è che gli appassionati facciano un piccolo sforzo nel capire la differenza fra quello che sentono soggettivamente quando giocano e quello che è “dato oggettivo”, non considerando i propri gusti come “il modo giusto di giocare” o, ancora peggio, “la verità rivelata”. Credo che un atteggiamento del genere possa fare solo bene al settore.

Ma parlavo, ovviamente, solo delle discussioni fra giocatori, perché se invece andiamo ad analizzare le discussioni tecniche (che vanno ben oltre il “mi piace” e il “mi fa schifo al cazzo”) o gli articoli con pretese informative e divulgative le cose si complicano. In realtà questo dovrebbe essere un discorso superfluo: se parliamo di addetti ai lavori, giornalisti ed esperti di gioco, si dovrebbe dare per scontato che sappiano di cosa parlano e che sappiano distinguere fra oggettività e soggettività. Altrimenti più che di Knizia e Chvatil dovrebbero parlare di Dunning e Krueger.

Tutto sta nella finalità della comunicazione. Se io parlo di musica al pub coi miei amici sto “dicendo la mia” discutendo con altri appassionati come me, se invece scrivo un articolo sull’influenza di Chuck Berry sui musicisti successivi devo prima essere sicuro di sapere di cosa parlo (o lasciare la parola a qualcuno che si suppone ne sappia più di me). Se voglio informare, o dare consigli informati, avere come unica esperienza l’aver ascoltato parecchi dischi ed essere stato a qualche concerto rischia di essere un po’ poco, non trovate?

E dunque, così come che uno che ha sentito tanti dischi non è per forza esperto di musica e uno che guarda tanti film non è automaticamente un esperto di cinema,  così un giocatore assiduo non è necessariamente esperto di giochi, e men che mai di “gioco”.

Faccio un paio di esempi.
A tutti piace la musica. Ma se uno non conosce almeno superficialmente la storia della musica e dei generi, non ha mai preso in mano uno strumento, non sa leggere uno spartito, non conosce una virgola di teoria musicale, e magari non sa neanche dire al volo la differenza fra ritmo e tempo, fra armonia e contrappunto, fra altezza e timbro, non è un esperto di musica, non ci si avvicina neanche lontanamente. Anche se ha ascoltato centinaia di dischi, non è detto che abbia gli strumenti per capirli al 100% (o alla percentuale di comprensione consentita, non è che si può sempre capire tutto di tutto). Non è che questo gli impedisce di godersi la musica che ascolta. Anzi. E non c’è nulla di male neanche se quella persona dice puntualmente se una cosa gli piace o non gli piace e perché. Diventa però spiacevole, converrete, se quella persona inizia a parlare per assoluti o di dettagli tecnici a sproposito.

Chi non va al cinema o non guarda qualche film durante l’anno? Moltissimi si dichiarano appassionati di cinema, ed è giusto e bello così. E non ci si aspetta da un appassionato di cinema né la conoscenza della storia del cinema nel dettaglio né che sappia per forza cos’è la semiotica cinematografica e che regole segue. Non è né detto né necessario che uno che va al cinema tutte le settimane sappia anche analizzare con competenza e cognizione di causa ogni singola sequenza o inquadratura. In realtà non c’è neanche bisogno che sappia la differenza, fra sequenza e inquadratura, di solito usa un generico “mi è piaciuta quella scena” e fine lì, per fortuna. Magari può capire se la fotografia è originale, può riconoscere il diverso tocco dato dal regista o dal direttore della fotografia, ma non è che per forza deve sapere cos’è il compositing o in cosa consiste l’effetto Kulešov. Se non ha mai né studiato né frequentato l’ambiente, però, deve sapere che difficilmente potrà cogliere tutti gli aspetti, le sfumature e le motivazioni dietro scelte di regia, di casting, di produzione.

Per esempio, io sono laureato in cinema e il corso di laurea prevedeva anche lo studio di musica e teatro, ma c’è comunque un sacco di gente che di cinema ne sa più di me e sicuramente non sono un “esperto” di musica e teatro. Posso saperne un po’ di più del normale (quantomeno più di quanto io ne sappia di tutte quelle cose che per me sono simili alla magia di Harry Potter, come la fisica quantistica, l’equitazione, la programmazione, la robotica, il cake design e quasi tutto il resto dello scibile umano), ma sono ben lontano da essere un’autorità in materia.

Torniamo a noi. Nel mondo del gioco da tavolo, il gioco che arriva sulla tavola è il disco o il film della situazione. È il risultato di un processo piuttosto complesso. Se non si conosce o si conosce solo superficialmente questo processo, è difficile poter pensare di parlare di giochi e di gioco con cognizione di causa.

Mettiamo caso che io voglia recensire un gioco, stabilire se può piacere o no a un dato target e commentare il suo successo (o insuccesso) e le politiche commerciali dell’azienda, analizzando nel dettaglio pregi e difetti, rapporto qualità-prezzo e diffusione.

Ovviamente per valutare gli elementi base del gioco (originalità, meccaniche, longevità etc) in modo un po’ più oggettivo devo conoscere molti altri giochi. È impossibile conoscerli tutti, diciamo che può bastare conoscere le ultime novità, i “capisaldi” dei generi, i giochi più innovativi e i classici. Ma è sufficiente per fare tutto quello che mi sono proposto? Secondo me no.
Non è facile parlare di gioco senza conoscere almeno un pochino i Game Studies, ossia lo studio accademico del gioco, per capire almeno in parte di che cavolo stiamo parlando, ossia per capire cos’è il gioco, che funzioni può avere e quali sono le relazioni fra persone e divertimento.
Non è semplice recensire efficacemente un gioco senza avere una vaga idea di come funziona il Game Design (esperienza desiderata, elementi d’incertezza, tipologia e qualità delle scelte, level design, struttura dell’UI etc) per capire “come funzionano” i giochi e perché vengono usate di volta in volta certe tecniche anziché altre.
È maledettamente arduo fornire opinioni sensate su un prodotto editoriale senza avere la più pallida idea di cosa sia l’editing e come funziona la produzione: fruibilità, ottimizzazione dei materiali, standard produttivi, sono tutti elementi necessari per capire se un gioco è sovra-prezzato, se è intuitivo graficamente, se centra il target oppure no, e così via.
Infine, è assurdo voler dire la propria opinione con pretese di oggettività senza avere un’idea di come è organizzato il mercato: cos’è il marketing e quali sono le principali strategie commerciali, quali sono le basi del sistema editoriale e distributivo, la differenza fra GDO, giochi di fascia media e giochi di nicchia. Sono conoscenze necessarie per capire se il successo o l’insuccesso di un prodotto deriva da meriti “ludici”, perché è figo a vedersi, perché ha colmato un vuoto sul mercato, perché quel tema va di moda e via dicendo (e questo di solito è una somma delle precedenti voci, con peso differente a seconda del segmento di mercato occupato).

Questo, lo ripeto, serve solo se volete parlare del gioco in modo professionale, separando quello che è il gusto personale da tutti gli elementi oggettivi. Serve, per esempio, se volete lavorare nel settore o scrivere recensioni e articoli in cui, oltre alla vostra opinione, volete inserire analisi tecniche informate (e informative).
Non è che tutto dev’essere iper-tecnico e iper-informato, si può scrivere anche solo per passione. Secondo me, se volete scrivere una recensione in cui dite “il gioco funziona così e cosà, mi è piaciuto perché…” potete anche aver solo giocato qualche volta il titolo in esame. L’importante però è non “barare”: dite la vostra, ma dite anche chiaramente che quella è l’opinione di un appassionato e non una disamina tecnica approfondita.

Sia chiaro, io non sono “un’autorità” nel campo del gioco da tavolo. Ho giocato un sacco, letto un bel po’ di libri, ho lavorato e lavoro nel settore. Ma l’ho fatto perché ci tengo a fare meglio che posso quello che faccio, tutto qui. Ci sono studiosi che conoscono i Game Studies molto più di me, ci sono autori più talentuosi e tecnicamente bravi di me, editor che conoscono i meccanismi produttivi molto meglio di me, commerciali e marketer che conoscono mercato e comunicazione in modo più approfondito di quanto io non arriverò mai a fare.
Proprio per questo cerco di informarmi e di lasciare la parola a chi ne sa di più e, se mi pronuncio, cerco di dire chiaramente quando una cosa “è così” (magari allegando le fonti) o “è quello che penso io” (sulla base degli elementi oggettivi a mia disposizione) e sono dispostissimo a cambiare opinione di fronte a qualcuno che coi fatti mi dimostra che ho torto.

Non voglio certo dire che la situazione sia disastrosa, anzi.  Ci sono molti autori che scrivono post interessantissimi. A livello di blogging adoro i post del Dado Critico. Perché è appassionato, perché analizza i giochi dal punto di vista dell’esperienza ludica senza sparare tecnicismi a caso (magari sbagliati) e perché le rare volte che usa termini tecnici, solitamente perché è inevitabile, li usa in modo sensato, segno che si è informato prima. Mi piacciono gli editoriali di Calimera su Gioconomicon, solitamente molto misurati e con più spazio per le domande che per le verità rivelate, mi piace l’approccio di Educere Ludendo, in cui si analizzano giochi per bambini cercando di evidenziarne l’aspetto educativo.
E mi piacciono molti recensori, soprattutto quelli che cercano di capire i motivi dietro le scelte editoriali e di design analizzando i giochi in modo competente o che non danno per scontato che i loro gusti siano “quelli giusti”. E mi piacciono un sacco gli appassionati che mano a mano che proseguono nella loro opera divulgativa affinano le proprie competenze. La passione può essere un’ottima cosa, soprattutto se porta a migliorarci.

Insomma, nessuna difesa del “volemose bene”. È chiaro che quando si parla di qualcosa non è solo ed esclusivamente questione di gusti, ma non possiamo neanche aspettarci che tutti abbiano voglia di informarsi su ogni aspetto del proprio hobby. Quelli che dovrebbero farlo sono solo quelli che lavorano nel settore o che vogliono fare informazione. Gli altri possono dire tranquillamente la loro, magari ricordandosi il famoso discorso su soggettività e oggettività. Oppure possono anche solo giocare. Io quando non lavoro o no vi rompo le scatole con questi articoli lo faccio spesso, e vi assicuro che è davvero molto divertente.

PS: chiedo scusa in anticipo a tutti i blogger, i giornalisti e i divulgatori sul campo che non ho nominato, semplicemente non volevo sovraccaricare un post già lungo con troppi esempi, e di persone che scrivono di giochi in modo originale e gradevole ormai ce ne sono davvero tanti.

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