Kubrick? Un incapace.

“Io considero Kubrick un incapace! Lo considero il classico esempio di instabilità artistica, abbia pazienza!”
(Stanis La Rochelle, Boris)

A volte i buoni propositi si infrangono male su qualche muro molto duro. Volevo scrivere più spesso, è già la seconda volta che ci provo, ma impegni vari mi tengono lontano dalla tastiera (“e meno male”, diranno in coro le sette persone che mi leggono ancora). Soprattutto, però, volevo limitarmi a parlare di cose che mi sono piaciute, di giochi che ho trovato interessanti, di esperienze divertenti o di come la progettazione di giochi sia una ficata.

E invece.

Invece, continuo a vedere sempre il solito tipo di polemiche e discorsi, tipo il Giorno della Marmotta, ma senza la simpatia di Bill Murray a tirarti su il morale. Cambia l’argomento, ma i toni e le dinamiche rimangono le stesse. Di cosa sto parlando? Parlo delle montagne di putt discussioni biliose e distruttive su questa o quella serie, sul casting di un qualche film, sulle scelte stilistiche o narrative di una qualche opera, emesse da chi ha studiato storia dell’arte e scienze dello spettacolo dalla tazza del ces dal divano. Ne parlo volutamente in generale: tanto le polemiche sono cicliche, e siccome sono pigro rimarrò volutamente vago in modo da poter riutilizzare il post in occasioni future. Knizia ha fatto giochi da tavolo tratti da suoi giochi di carte tratti da altri suoi giochi da tavolo: io non sono Knizia, ci mancherebbe, ma potrò pur riciclare un concetto ogni tanto.

Partiamo da qui: secondo me, per parlare di qualcosa non serve una laurea o un titolo di studio “ufficiale”, perché ogni argomento ha diversi livelli di lettura, applicazioni e scopi. Una persona laureata in Scienze Agrarie, una che coltiva la terra da vent’anni, e una specializzata in tecniche erboristiche sicuramente conoscono meglio di me le proprietà di quella che comunemente chiamiamo verdura. Hanno, cioè, conoscenze in comune (magari ottenute in modi diversi) che non ho io, che al massimo la verdura la mangio (a volte pure un po’ controvoglia).

Spero siamo tutti d’accordo: mangiare un sacco di verdure non rende le nostre opinioni minimamente informate come quelle di queste figure su quell’argomento. Chiunque può avere la propria opinione su quanto le vitamine contenute nelle zucchine siano salutari, ma poche persone sanno (e saprebbero spiegare davvero) quanto, perché e come. O almeno, io non lo so, a me a dirmi di mangiarle è stato il dottore (ma non il dottor Knizia, un altro dottore).

Ecco, appunto.

Allo stesso modo, una persona che gioca, per quanto appassionata, mediamente non ha le stesse conoscenze e competenze di game designer, publisher o playtester che lavorano nel settore da anni, o di chi ha una laurea inerente i Game Studies. Una persona può aver visto quanti film vuole, ma se non li ha analizzati con gli strumenti giusti non avrà la stessa competenza di chi ha studiato critica cinematografica, di chi ha diretto uno o più film, di chi scrive sceneggiature di serie televisive o di chiunque lavori ogni giorno nel campo del cinema e della tv. Chiaramente, e sempre considerando che una componente di soggettività nell’arte è inevitabile (facciamocene una ragione) ogni cosa può essere fatta “meglio” o “peggio”, ma difficilmente io avrò le stesse competenze e abilità del mio piastrellista anche se, giuro, ho calpestato un sacco di piastrelle in vita mia (e no, giocare ad Azul non vale).

Non solo: anche senza tirare in ballo il celebre effetto Dunning-Kruger (spiegato facile e quindi probabilmente male: meno ne sai di un argomento, più pensi di saperne abbastanza; più ne sai, più ti rendi conto di non saperne a sufficienza), chiunque tende naturalmente a cercare “conferme” nelle opinioni altrui e a rigettare posizioni contrarie, in ogni campo, dall’intrattenimento alla politica. Il fenomeno è noto come “bias di conferma” ed è una cosa assolutamente normale perché è rassicurante e ha un piacevole effetto “antistress”, insomma, è una cosa che la gente tende a fare – includendo ovviamente anche il sottoscritto – e a farlo senza malizia (però, per rimanere coerente, io non sono uno psicologo e ho all’attivo giusto un paio di esami di Psicologia dell’Arte e qualche testo che ho letto senza l’ausilio di una guida: se vi interessa l’argomento è meglio se chiedete a chi ne sa davvero qualcosa).

In passato ho già detto cosa ne penso su oggettività e soggettività dei giudizi e su quanto trovi stupido usare un atteggiamento più o meno apertamente ostile, quindi chi mi segue da qualche tempo avrà già capito dove voglio andare a parare.

Per me, è normale e giusto che chiunque dica cosa gli piace e cosa no.
Pensare che il proprio gusto sia espressione del bello e del brutto, invece, lo trovo un po’ da str arrogante e ridicolo.

Per me, è giustissimo esprimere le proprie opinioni ed è piacevole quando mi viene consigliato qualcosa o mi si spiega perché lo si è trovato “bello” o “giusto”.
Au contraire, indignarsi a mostro perché un’opera non è precisamente centrata sui nostri gusti mi sembra un atteggiamento egocentrico, iper-narcisista e tossico.

Per me, chiunque dotato di blande abilità retoriche è in grado di usare un’iperbole cattiva per spalare fango su qualcosa. Lo so bene, voglio dire, scrivevo su “il Puzzillo”, per chi se lo ricorda. E anche all’epoca cercavamo comunque di non dire troppe stron castronerie. Per me vomitare bile è facile e dannoso: non è ganzo e non è da furbi, è da pigri. Capire e accettare che i gusti sono soggettivi, riconoscere il proprio grado di ignoranza su un argomento, invece, è faticoso e ci mette a disagio. Solo che per quanto mi riguarda chi non riesce a farlo diventa faticoso da ascoltare e mi mette a disagio: figuriamoci se ho voglia di provare a discuterci.

Il mio spassionato consiglio è questo: quando qualcosa non vi piace, provate a fare un respiro profondo e, se proprio non avete altro da fare che gridarlo al mondo, provate a dirlo in modo umile e non ostile. Se non ci riuscite, può darsi che sia meglio non parlare affatto. Forse eviterete di rovinare la vostra e l’altrui giornata con qualche polemica sterile di cui non rimarrà nulla, e guadagnerete un po’ di tempo da dedicare a qualche attività che, invece, vi procura piacere e non vi fa sembrare maldicenti rompic persone un po’ antipatiche.

\m/ Dice and Love \m/

3 thoughts on “Kubrick? Un incapace.

  1. Abbia pazienza.
    Dottore nutrizionista Freud danese.

    Direi che c’è tutto.

    Quello che trovo davvero frustrante è che ci sia la necessità di certi discorsi: ci sarà il momento in cui mangiare verdure non mi renderà automaticamente esperto di german per la vulgata, oppure che io possa apprezzare o non apprezzare qualcosa senza rompere le scatole al mondo intero (magari per motivi che esulano da razzismo e reazionareità, magari)?

    1. Apprezzare o meno qualcosa senza dover per forza convertire gli altri al proprio pensiero sarebbe una conquista notevole, in effetti, ma per il momento mi basterebbe vedere un po’ più di consapevolezza che “i propri gusti non sono oggettivi”.

      Sulle polemiche basate sull’intolleranza la mia posizione è abbastanza semplice:
      – Atteggiamenti dettati (anche involontariamente) da razzismo, misoginia e omotransfobia sono una merda, e si riconoscono abbastanza facilmente.
      – Capisco che possa infastidire una “scarsa fedeltà” a materiale precedente, ma anche in quel caso c’è una componente di “soggettività” che viene spesso non considerata e, di nuovo, trovo estremamente masochista voler fruire di un’opera sapendo già che non ci piacerà, magari per poi poter vomitare bile su questo o quel social media.

      Bonus: faccio un esempio.
      In “Io Sono Leggenda” (romanzo), Robert Neville, il protagonista, è bianco, biondo, con gli occhi azzurri.
      Il “nodo centrale” del romanzo è che il protagonista, con cui noi ci identifichiamo, è una persona comune in un contesto assurdo (l’ultimo uomo rimasto dopo un’apocalisse coi vampiri), che realizza alla fine che non sono più i vampiri ad essere una leggenda spaventosa: per loro, il diverso, il mostro, la “leggenda” è lui.

      Ora, il Robert (che però si chiama “Morgan” di cognome) del film tratto dal libro nel ’64 ha i capelli neri, è già uno scienziato (che lavorava già a un “vaccino” per il vampirismo), ma il “concept” e il finale della storia rimangono molto simili a quelli del romanzo.
      Nel film del 1975 il personaggio è esteticamente molto fedele, ma cambia completamente il finale con lui che è una specie di martire/salvatore, come nel film con Smith del 2007, in cui però il personaggio è anche esteticamente molto diverso (ma anche qui è una sorta di salvatore dell’umanità).

      Ora, per me è chiaro che se la cosa a cui tieni è “il messaggio del libro”, l’unico adattamento vagamente “fedele” è quello in cui il protagonista neanche si chiama Robert Neville, quello del ’64. Che però, oltre a cambiare le cose in molti altri dettagli, è un film del ’64, e non è che a tutti debba per forza piacere un film così vecchio.
      Se invece per me fosse fondamentale che il protagonista sia esteticamente uguale a come descritto nel libro, il film del ’75 mi apparirebbe sicuramente più “fedele”, anche se il senso della storia viene stravolto.
      Se invece volessi un film più moderno, con sequenze spettacolari, il film con Smith è “meglio” degli altri, perché è più “nuovo” e usa tecniche e tecnologie di molto successive agli altri film.
      (Se invece fossi un amante del trash a tutti i costi, andrei a rivedermi il mockbuster della Asylum, uscito lo stesso anno del film di Smith, che è una trashata madornale)

      Insomma, per me si può ragionare all’infinito di cosa ci piace, cosa no e perché, ed è anche piacevole e utile. Ma allo stesso tempo trovo che pretendere di decidere quali di questi adattamenti è “oggettivamente meglio” o “oggettivamente più fedele” sia una battaglia contro i mulini a vento, soprattutto se si analizzano le pellicole senza mettere in campo conoscenze tecniche specifiche (sia rispetto al romanzo che ai film) e senza considerare il contesto e la storia del cinema e della letteratura.

      Mi sembra che comunque spesso queste discussioni siano un paravento per una questione di nostalgia e identità, per cui si tende a criticare quello che diverge dai nostri ricordi o che ci rende più difficile immedesimarsi visivamente in un personaggio a cui abbiamo dato già un volto (leggendo o vedendo un’opera precedente), ma qua si scoperchia un altro vaso di Pandora…

      1. In particolare sono un appassionato di Io sono Leggenda (I vampiri) da tempo immemore. Effettivamente gli adattamenti non mi hanno mai tolto niente. Ho rivisto la stessa storia un po’ differente. Non mi ha fatto male. Ho anche visto Vincent Price recitare una storia che mi piace molto, mi ha fatto molto piacere.

        Bisogna trattare gli atteggiamenti di merda come tali, ma non bisogna neanche subire gli strali degli attacchi di nostalgia.

        Ieri leggevo un commento sulla Sirenetta in cui uno si lamentava dell’adattamento live action, perché il cartone animato era la sua infanzia. Perché una cosa in piú dovrebbe togliere qualcos’altro non lo capisco.

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