50 Giochi che hanno cambiato il gioco: Monopoly

Monopoly, di Charles Darrow
(1935)

La nostra storia, come anticipato, inizia con Monopoly. A dire il vero, la nostra storia inizia qualche anno prima dell’uscita di Monopoly, nel 1903. Un’attrice americana, Elizabeth “Lizzie” Magie, era una seguace della filosofia economica chiamata georgismo: un insieme di teorie che sostengono che ognuno abbia il diritto di appropriarsi di ciò che crea attraverso il proprio lavoro, ma che ogni cosa che si trova in natura – inclusa la terra – appartenga in maniera egalitaria a tutta l’umanità. Per cui, fra le altre cose, i georgisti avversano fortemente le speculazioni edilizie. Che c’entra tutto questo coi giochi da tavolo? Semplice: per insegnare queste teorie ai propri amici Elizabeth decise che anziché proporre noiosi volantini e sermoni decisamente poco stimolanti avrebbe creato qualcosa di divertente, in grado di spiegare quelle teorie in modo interattivo: un gioco da tavolo. Il gioco parlava proprio di speculazioni edilizie e si chiamava The Landlord’s Game (“il gioco del proprietario terriero”).

In questo gioco, la cui primissima versione è ancora reperibile su internet, ogni giocatore si muove su una plancia quadrata, divisa in caselle, acquistando terreni; quando qualcuno si ferma su un terreno che appartiene a un giocatore diverso da lui deve pagare “l’affitto” a quel giocatore. Oltre ai terreni sono presenti delle caselle speciali: tasse da pagare, articoli di lusso da acquistare, una “prigione” in cui si finisce se ci si ferma in alcune caselle, la compagnia elettrica e dell’acqua e quattro spazi dedicati alla compagnia ferroviaria della città.

Vi ricorda nulla? Ma certo. Chiunque abbia giocato almeno una volta a Monopoly non potrà che notare una forte, fortissima somiglianza con il gioco più famoso del mondo.

In realtà il gioco di Elizabeth Magie non era proprio il Monopoly che tutti conosciamo: anche se la plancia era molto simile e presentava molte delle caratteristiche ancor oggi presenti nel gioco della Hasbro le regole erano più semplici: i terreni, privi di nomi, fornivano semplicemente una rendita; soprattutto, gli stessi terreni non erano divisi in gruppi colorati e non c’era la possibilità di fare aste per acquistare tutti i terreni di un tipo al fine di incrementarne il valore e costruirci sopra realizzando i famosi “monopoli” che rendono unico il gioco che tutti conosciamo.

Ma torniamo a Elizabeth Magie. La ragazza brevettò il gioco e ne produsse artigianalmente poche copie, distribuite perlopiù localmente nella zona del Maryland e della Pennsylvania orientale.

Il gioco, però, piacque moltissimo. Iniziarono a circolare copie autoprodotte da chi ci aveva giocato, spesso modificate nelle regole. Prima del 1935, anno di uscita del Monopoly ufficiale, si contano almeno 8 “varianti” brevettate del Landlord’s Game, spesso pubblicate con lo stesso nome, meno frequentemente chiamate in altri modi. La svolta arrivò però nel 1933, quando Charles Darrow, che aveva conosciuto il gioco dopo averlo provato da alcuni amici, decise di brevettare la “sua” versione e di presentarla ad una casa editrice, leader del settore ludico, per farselo pubblicare. Avrete già capito di chi si tratta: della Parker Brothers.

Il gioco di Darrow, davvero simile al Monopoly attuale, prevedeva delle aste per acquistare i terreni, la possibilità di collezionare terreni dello stesso colore per aumentarne il valore e la possibilità di costruire case e alberghi.

La Parker Brothers però giudicò il gioco troppo difficile per il proprio pubblico e rifiutò il gioco; a Darrow non rimase che autoprodurlo, in una tiratura di cinquemila copie, che costituiva uno sforzo notevole per un privato. Grazie a una serie di fortunate coincidenze e uno spiccato pallino per gli affari, Darrow riuscì a vendere quelle cinquemila copie in un lasso di tempo decisamente breve. Alla Parker Brothers erano prudenti, ma di certo non sprovveduti: alla luce del successo del gioco ricontattarono Darrow, ne acquisirono i diritti e lo pubblicarono nel 1935.

C’era un problema, però: non ci volle molto perché la Parker Brothers scoprisse che il gioco non era precisamente una creazione originale di Darrow. Nonostante le indubbie differenze con Landlord’s Game e i suoi epigoni, il rischio di problemi legali era estremamente concreto, anche perché ormai il gioco era già stampato, commercializzato e si stava diffondendo a macchia d’olio. Per l’editore divenne impellente la necessità di proteggere il prodotto, il marchio e il proprio nome; l’azienda decise di tagliare la testa al toro prevenendo dispute legali con la Magie e con le aziende che avevano prodotto alcune delle varianti precedenti acquistando sia i diritti dei giochi coinvolti che tutte le copie reperibili sul mercato che riuscì a trovare. In sostanza ottenne il monopolio del Monopoly. Il che è ironico, considerando che il gioco era nato come strumento per diffondere teorie vagamente anticapitaliste.

La “vera storia” del gioco di Lizzie Magie verrà fuori solo nel 1984, quasi cinquant’anni dopo, nell’ambito di una causa legale sull’uso del nome Monopoly da parte di Ralph Anspach, professore di Economia di San Francisco e inventore del gioco Anti-Monopoly: indagando sulle origini del gioco di Darrow per proteggere il suo Anti-Monopoly, Anspach scoprì i dettagli della vicenda, ottenendo peraltro grazie a queste informazioni una parziale vittoria con la Parker Brothers, che preferì chiudere in fretta la questione permettendogli di stampare il suo Anti-Monopoly, seppur con alcune riserve. Dal 1991, comunque, la Hasbro detiene saldamente (e legittimamente) tutti i diritti sul gioco, che rimane ad oggi il gioco da tavolo più diffuso nel mondo.

Ma come mai proprio quel gioco ha avuto un successo tale da rimanere in testa alle classifiche di vendita dal 1935 ad oggi? Sulle ragioni che hanno portato Monopoly a questo straordinario risultato sono state fatte molte ipotesi. Sicuramente all’epoca del lancio, coincidente con la crisi economica statunitense, intervennero diversi fattori: il gioco costava poco, era ragionevolmente semplice da imparare ma molto profondo per il pubblico dell’epoca, e soprattutto permetteva di “giocare” ad essere ricchi sfondati. Insomma, in quel periodo di magra giocare a fare il nababbo spendendo solo una manciata di dollari doveva essere decisamente divertente.

A livello di game design il gioco presenta delle caratteristiche che oggi sono comunemente considerate sostanzialmente “difetti”, ma che all’epoca erano assolutamente normali: un giocatore può essere eliminato se va in bancarotta e può tranquillamente andare a fare una passeggiata mentre attende la fine della partita, il che è abbastanza frustrante se la partita stessa si prolunga oltre misura (e la durata è un po’ imprevedibile a causa delle condizioni di chiusura del match); inoltre è presente il fenomeno del rich gets richer (chi è ricco diventa più ricco): un giocatore, se accumula più soldi degli altri, ha più possibilità di acquistare terreni, che gli forniranno ancora più soldi. Infine, nonostante la presenza massiccia di elementi casuali, alcune strategie legate alla costruzione di un certo numero di case o all’acquisto di alcuni terreni chiave sono effettivamente “un po’ più forti” di altre, sebbene non si tratti di uno sbilanciamento che preclude la possibilità di giocare con approcci diversi fra loro.

Si tratta di problemi di gameplay che oggi gli autori tenderebbero a correggere, ma bisogna ricordare che all’epoca non c’erano certo studi o buone pratiche legate al game design; principalmente dietro a un gioco c’erano solo fortunate intuizioni e idee originali. Quel tipo di “difetti”, dunque, all’epoca non costituiva un reale problema.

Mentre, indiscutibilmente, erano punti di forza imbattibili tutti gli elementi che rendono Monopoly un prodotto di successo: grazie a regole molto lineari, bilanciate naturalmente da un sistema di aste (che fa sì che i terreni più vantaggiosi vengano pagati a caro prezzo grazie all’intromissione degli avversari) si può provare la soddisfazione di accumulare denaro, in un continuo alternarsi di rischi e guadagni che simula in maniera semplice ma estremamente efficace la nascita e la crescita di un impero economico che porterà alla disfatta dei concorrenti e al trionfo di chi riuscirà ad essere il miglior monopolista. Mica male, per un gioco inventato ufficialmente più di ottant’anni fa ma, di fatto, ormai centenario.

Come spesso accade, il successo non sta solo nel regolamento. La potenza economica, comunicativa e distributiva dell’editore (Parker Brothers prima, Hasbro poi, in maniera ancora più significativa) ha fatto in modo che Monopoly non solo venisse declinato in decine e decine di varianti, accompagnate da licenze molto prestigiose, ma che raggiungesse in modo più che capillare ogni negozio di ogni nazione. Si tratta di un dettaglio assolutamente non trascurabile, poiché crea un’alchimia imbattibile a livello commerciale: un tema accattivante, un regolamento semplice periodicamente aggiornato, un marketing impeccabile e una diffusione altissima sugli scaffali sia dei negozi di giocattoli che, più recentemente, di centri commerciali e supermercati.

Su Monopoly, grazie alla sua storia ormai secolare, girano anche un sacco di aneddoti divertenti, molti dei quali riportati anche dai giornali, soprattutto quando ricorrono i decennali del gioco: per esempio il Monopoly più grande al mondo è stato realizzato a Sidney in occasione del settantesimo compleanno della creazione di Darrow: è grande 440 metri quadrati. Il Monopoly più costoso, invece, è stato creato nel 1998 un gioielliere di San Francisco che ha realizzato una versione del gioco da 2 milioni di dollari sostituendo i pezzi del gioco con versioni decisamente “di lusso” usando materiali preziosi. Proprio le pedine storiche della versione americana (automobile, ditale, borsetta, cappello a cilindro, stivaletto, cavallo a dondolo, cannone, ferro da stiro, lanterna, nave da guerra) sono stati, qualche anno fa, al centro di un episodio curioso: i fan del gioco su Facebook hanno proposto e ottenuto un cambiamento facendo sostituire il ferro da stiro con un gattino. Infine, in occasione dell’ottantesimo anniversario del gioco, in Francia sono state prodotte da Hasbro una serie di scatole contenenti soldi veri. E poi dicono che i soldi del Monopoly non valgono nulla…

NEXT: SUPER FARMER

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2 thoughts on “50 Giochi che hanno cambiato il gioco: Monopoly

  1. Da bambino ci ho giocato davvero molto, ora effettivamente però non riuscirei piú a giocarci. Impossibile non riconoscere il merito del Monopoly nel mercsto.

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